Arriva da Napoli e porta con sé, ben stipate in una valigia, considerazioni profonde sulla vita, sull’emotività e su una società che consuma. Incontriamo il regista e cantautore Stre, in uscita con il singolo “Spaventapasseri”.
È già disponibile in radio e in digitale Spaventapasseri, il nuovo singolo del cantautore e regista napoletano Stre, un brano pop che, tra ironia e malinconia, racconta la fragilità e la forza di chi si sente incompreso, riflettendo sul valore dell’attesa e sulla necessità di rallentare in un’epoca che consuma anche le emozioni. Attraverso la metafora di uno spaventapasseri dal cuore “di paglia”, il pezzo esplora ambiguità emotive tra paura e desiderio, maschera e bisogno di affetto, accompagnato da un sound che richiama le hit del passato con una sensibilità contemporanea.
Abbiamo avuto occasione di incrociare la strada con Stefano Crispino – vero nome di Stre -, per imparare a conoscere meglio il suo mondo.
Nel protagonista di “Spaventapasseri” convivono immobilità e ipersensibilità: secondo te oggi, nell’epoca della sovrastimolazione emotiva, l’immobilità è una fragilità o può diventare una forma di resistenza? In che modo questo dualismo ti rappresenta come artista?
La mia musica è tutta un gioco di dualismi: spesso la definisco drammaticamente felice. Viviamo in un’epoca in cui siamo bombardati da stimoli, e in questo contesto l’immobilità può essere sia una fragilità che una forma di resistenza. A volte è una stasi obbligata, un fermarsi perché non si riesce più ad assorbire altro o ad assorbire tutto. Ma nel caso dello Spaventapasseri l’immobilità è solo motoria: dentro, invece, gli frulla di tutto. È come me; un personaggio fermo fuori e agitato dentro, ed è proprio questo il senso della metafora.
La fragilità, nel mio mondo, è una forza. Non la vivo mai come debolezza: per me significa riconoscere ciò che si è. Questo dualismo mi rappresenta perché l’immobilità è anche quella che ogni tanto fingo: quando non ho canzoni da pubblicare o pubblicizzare sparisco dai social perché non mi va di raccontare cose che reputo inutili — cosa mangio, come mi sono vestito stamattina, queste robe qui. Uso i social solo quando servono davvero, quando possono portare attenzione e quindi successivo valore a quello che faccio. È una resistenza silenziosa, e sì: mi somiglia molto.
Hai definito la nascita del brano come un’intuizione improvvisa: un’immagine che ti ha “chiamato”. Quanto spazio occupa l’istinto nel tuo processo creativo, rispetto invece alla costruzione, alla produzione e al lavoro più razionale?
Tutto è partito da un’immagine vista in una serie TV: uno spaventapasseri che nella mia testa, date le braccia divaricate, sembrava volesse solo un abbraccio. Lì è scattata la scintilla. L’istinto ha fatto il resto — nel mio processo creativo occupa praticamente tutto. Però credo che anche nell’istinto esista una forma di razionalità, perché inevitabilmente dai forma a un pensiero.
La parte “razionale” vera e propria arriva dopo, quando raccolgo il caos: sono disordinato di mio, quindi butto giù tutto di getto e poi passo a sistemare, soprattutto sugli arrangiamenti e sulle eruzioni che curo dalla a alla z, tutti gli strumenti suonati del brano sono suonati da me. Il 90% del pezzo nasce alla prima botta: una scintilla che mi travolge e che inseguo finché non si accende davvero.
Nel videoclip interpreti uno spaventapasseri che si muove tra leggerezza e inquietudine, e il finale dell’abbraccio è un gesto potentissimo. C’è una vulnerabilità che, come regista, hai scelto di mostrare nel modo in cui hai diretto te stesso? Da quali rischi o paure sei dovuto passare per metterla in scena?
Sì, la vulnerabilità sta tutta in quell’abbraccio finale. Per me rappresenta l’accettazione di sé: delle proprie paure, delle proprie insicurezze, di quello che sei quando smetti di fare finta. È una ricerca di affetto che può venire da un’altra persona ma anche da se stessi. Se devo rispondere in maniera più concreta — perché a volte è bello togliere un po di poesia — il rischio più grande è stato l’insolazione (ride). Abbiamo girato a metà agosto, sotto un sole assassino, e io ero con maniche lunghe, guanti e una salopette di flanella. Diciamo che lo Spaventapasseri rischiava seriamente di svenire.
Scherzi a parte, non ho avuto veri timori emotivi, anche perché il finale è volutamente aperto. Mi piace lasciare allo spettatore la libertà di vedere qualcosa che magari io stesso non avevo immaginato. A volte mi scrivono interpretazioni incredibili — e sono bellissime proprio perché non controllate da me.
Il sound di “Spaventapasseri” mescola orchestrazioni classiche e texture digitali. È una scelta che richiama una nostalgia “nuova”, quasi retrofuturista. Che rapporto hai con il passato musicale, e cosa significa per te rendere “attuale” un’emozione che appartiene a un altro tempo?
La definizione “retrofuturista” mi piace tantissimo, anche se forse mi sento più retrofuturante. Con il passato musicale ho un rapporto ottimo — anzi, molto più sano rispetto al mio rapporto con buona parte della musica contemporanea, che spesso non mi entusiasma. È vero che ormai è stato già fatto quasi tutto, ma quello che offre il mainstream negli ultimi anni raramente accende la mia curiosità. Ci sono delle eccezioni splendide, certo, ma per trovare il bello oggi — come prima del 2016 — bisogna guardare soprattutto nell’underground.
Rendere attuale un’emozione “d’altri tempi”, per me, significa miscelare: mettere insieme vecchio e nuovo senza nostalgia sterile, ma per cercare un’identità sonora più personale, più definita, più mia. Un’ibridazione che suoni contemporanea proprio perché non rinnega ciò che c’è stato.
Da artista che cura personalmente i propri videoclip, sembri pensare la musica come un progetto audiovisivo unitario. Quanto è importante oggi, secondo te, che un cantautore costruisca un immaginario visivo autonomo? E quali sono i confini — o le libertà — di questo doppio ruolo?
In realtà non penso mai alla mia musica come a un progetto audiovisivo unitario: il video arriva sempre dopo. È un gioco creativo, un diletto che da ai brani un ulteriore vestito o punto di vista, ma non voglio che la musica nasca già vincolata all’immagine. Mi limiterebbe tantissimo. Preferisco che la musica sia libera, e poi il video si adatta a lei. Oggi mi chiedi quanto sia importante avere un immaginario visivo coerente: sinceramente credo che, purtroppo, non lo sia più.
Ci sono brani virali che non hanno manco un videoclip. A volte funzionano più tre TikTok messi bene che un video pensato per mesi. E questa cosa la detesto, ma è la realtà. I confini del mio doppio ruolo? Che continuo a fare videoclip — che ormai è quasi un gesto anacronistico — e continuo a puntare su YouTube invece che su Spotify, che è altrettanto anacronistico. Le libertà, invece, sono tutte creative: posso raccontare le mie canzoni come voglio, senza filtri e senza qualcuno che me lo impedisce.

Hai raccontato spesso di sentirti “fuori posto” ma al tempo stesso estremamente attento. Quanto questa dualità ha influenzato la tua traiettoria artistica — dal deepfake pionieristico di “Remake” alla consacrazione recente — e in che modo “Spaventapasseri” rappresenta un nuovo capitolo della tua identità?
Il “fuori posto” è una cosa che ho provato spesso, in vari contesti della mia vita. Poi capita che vai a un concerto o in un posto dove trovi i “tuoi simili”, e il fuori posto si ridimensiona. È sempre relativo: tutto è fuori posto quando non è nel posto giusto. L’attenzione, invece, è la parte di me che osserva tutto con curiosità — anche cose che non mi interessano davvero, ma che mi arricchiscono comunque. Alterno momenti in cui divento ossessivo a momenti in cui sono disinteressato totale. Nel mezzo c’è questa curiosità vaga che mi porto addosso.
Questa dualità ha influenzato tantissimo la mia traiettoria: le mie canzoni nascono dai miei disagi, dai miei traumi, da tutto ciò che ho vissuto. Se non avessi attraversato certe cose, forse non avrei nemmeno iniziato a fare musica. O non avrei cercato nella musica un modo per salvarmi — letteralmente.
“Remake” è stato il primo video deepfake pubblicato in Italia: all’epoca pensavo che quella tecnica avrebbe fatto scuola, invece è diventata più un giochino da app che un linguaggio artistico. “Spaventapasseri” è un nuovo capitolo perché mi sono creato un personaggio che è quasi più me di me stesso. La maschera non mi nasconde: mi mostra. È un’identità nuova sia emotiva sia sonora — perché sto mischiando generi, linguaggi e suggestioni in una direzione sempre più personale e quindi sempre più mia.




