Tra repertorio e scrittura originale, il nuovo album di Tosca, “Feminae” (BMG), prodotto da Joe Barbieri, restituisce un’idea di musica come spazio di relazione e identità: un lavoro di raro equilibrio che si impone tra le uscite più rilevanti della canzone italiana del 2026 “suonato” fino ad ora.
In un panorama discografico segnato da una crescente polarizzazione tra immediatezza di consumo e ricerca autoriale, “Feminae”, il nuovo album di Tosca, è una sanissima pausa, sostanziosa e rigenerante, dal flusso incessante dell’oggi musicale. Un’opera di sintesi e, al contempo, di apertura. Un disco che non si limita a dichiarare un’intenzione tematica – per quanto il femminile sia inteso qui come principio generativo e spazio simbolico – ma la traduce in una pratica musicale coerente, stratificata e profondamente consapevole.
Pubblicato per BMG a sette anni da “Morabeza”, “Feminae” è un attraversamento: di lingue, repertori, culture, timbri vocali. Tutto tranne che una comune raccolta di brani, bensì è un organismo articolato che trova nella produzione di Joe Barbieri una regia elegante, capace di tenere insieme materiali eterogenei senza mai appiattirli in una cifra uniforme. L’unità del disco risiede proprio nella sua capacità di accogliere differenze, lasciandole dialogare.
L’apertura affidata a “Vissi d’arte” – dalla Tosca di Giacomo Puccini – non ha valore ornamentale, ma dichiarativo: è un manifesto poetico che espone fin da subito la tensione tra arte e identità, tra libertà e coerenza. Da qui prende forma un percorso che si muove tra inediti e riletture, evitando qualsiasi gerarchia tra tradizione e contemporaneità. Il cuore del disco risiede nella sua dimensione corale. Le collaborazioni – non sono poche – sono autentici dispositivi narrativi.
Femminile per me non significa ostentazione o sterili rivendicazioni che possono portare alla mercificazione, bensì una visione in cui fecondità, nutrimento e rifugio – qualità archetipe della “mater” – diventano strumenti di slancio verso una diversa consapevolezza e una nuova forma di liberazione dagli stereotipi.
Tosca
Il bacio delicato in note di Ornella Vanoni
L’incontro con Carmen Consoli ne “Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa” si sviluppa in una tessitura notturna, sospesa, dove la matrice del repertorio latinoamericano viene restituita attraverso una sensibilità mediterranea condivisa. Più che un duetto, è una convergenza di visioni. Diversa, ma altrettanto significativa, è la presenza di Ornella Vanoni in “Per un’amica”, che assume un valore ulteriore per la sua dimensione testamentaria. La voce, registrata poco prima della scomparsa, si inserisce in un contesto cameristico essenziale, dove il dialogo con Tosca si carica di una tensione emotiva trattenuta, lontana da ogni retorica. È uno dei momenti più densi del disco.
L’orizzonte internazionale trova una delle sue espressioni più compiute nella partecipazione di Maria Bethânia in “Io non esisto senza te”, dove la tradizione brasiliana di Antônio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes viene filtrata attraverso un arrangiamento che privilegia essenzialità e respiro, grazie anche agli interventi di Rita Marcotulli e Paolo Fresu. Qui la “saudade” non è evocata, ma vissuta a pieni polmoni e trasformata in musica di sostanza.
Analogamente, la presenza di Stacey Kent in “Soledad” introduce una dimensione di sottrazione e leggerezza, mentre Cristina Branco in “Roma, Berlino, Lisbona” lavora su una linea più narrativa, trasformando il brano in una riflessione sull’identità transnazionale. Il contributo di Sílvia Pérez Cruz, infine, rappresenta uno dei vertici compositivi del disco: “C’è” si sviluppa come una forma quasi operistica, in cui le voci si inseguono in un contrappunto che restituisce la complessità del dialogo interiore. Lei e Tosca avevano già incantato a Sanremo 2020, nella serata delle cover – che vinsero – con una rielaborazione di “Piazza Grande” di Lucio Dalla.
Tanta magia, ma non manca la frattura del presente
Accanto a queste presenze, gli inediti costruiscono un tessuto narrativo autonomo. “Primavera”, firmata con Pacifico, introduce il tema delle relazioni e delle distanze affettive con un tono sospeso, quasi diaristico. “Esiste la vergogna?”, con Mama Marjas, segna invece una deviazione stilistica significativa: il linguaggio si fa più diretto, la scrittura si confronta con le fratture del presente, senza rinunciare a una costruzione musicale articolata.
Tra i momenti più riusciti si colloca anche la rilettura de “La canzone popolare” di Ivano Fossati, che qui assume una funzione metatestuale: una riflessione sulla canzone stessa come strumento civile, amplificata dalla presenza corale dei Flowing Chords. È un passaggio che chiarisce ulteriormente la posizione di “Feminae” all’interno della tradizione della canzone d’autore. Nel suo insieme, il disco evita qualsiasi forma di ostentazione programmatica. Il femminile, tema centrale, non viene mai ridotto a slogan o a dispositivo ideologico, ma attraversato come esperienza complessa, fatta di contraddizioni, aperture e tensioni. È in questa capacità di articolare il discorso senza semplificarlo che “Feminae” trova la propria forza.
Sotto il profilo strettamente musicale, l’album si distingue per un equilibrio raro tra rigore formale e libertà espressiva. Gli arrangiamenti di Barbieri mantengono una coerenza timbrica pur lasciando spazio alle singole identità, mentre la voce di Tosca si conferma strumento duttile, capace di adattarsi senza perdere riconoscibilità.

★★★★★★★★★★
“Feminae” si impone così come uno dei lavori più significativi della canzone italiana di quest’anno, un’opera che, pur muovendosi all’interno di un perimetro riconducibile a ciò che comunemente si definisce “mainstream”, ne ridefinisce i confini e le possibilità espressive. Un disco che si sottrae alle logiche di mercato pur dialogando con esse, restituendo alla canzone una funzione pienamente culturale. Nel contesto delle uscite del 2026, rappresenta senza esitazione uno dei vertici qualitativi, non solo per ambizione progettuale ma per compiutezza realizzativa.




