A trent’anni dalla pubblicazione, “Daydream” di Mariah Carey torna con una nuova edizione anniversario. Un album che ha cambiato la carriera della cantante, anticipato le tendenze del pop contemporaneo e continua a influenzare la musica di oggi.

Trent’anni e non sentirli. Anzi, celebrare il tempo che passa, festeggiando l’eredità di un disco fondamentale per la carriera di una delle interpreti più grandi della storia del pop-R&B. Tante sono le candeline che spegne “Daydream“, il quinto album in studio di Mariah Carey, che è tornato a suonare in digitale con l’edizione celebrativa “Daydream: 30th Anniversary Edition“, destinata ad arrivare anche nei formati fisici il prossimo 16 ottobre.

L’apertura dell’archivio personale dell’artista, con demo mai pubblicati, remix, registrazioni dal vivo e materiale inedito, offre soprattutto l’occasione per rileggere uno degli album più importanti della musica pop degli anni Novanta, comprendendone il peso storico e il modo in cui continua a riflettersi nella produzione contemporanea, e per indagare più approfonditamente sul moto di ribellione che ha aleggiato attorno a questo lavoro, di una Mariah pronta a difendere con le unghie la propria libertà creativa.

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L’edizione celebrativa per il 30esimo anniversario di “Daydream” di Mariah Carey

Quando “Daydream” arrivò nei negozi…

Quando “Daydream” arrivò nei negozi il 3 ottobre 1995, Mariah Carey era già una delle più grandi star della musica internazionale. Aveva collezionato successi planetari, dominava le classifiche e rappresentava il volto più riconoscibile della vocalità pop americana. Eppure proprio quel disco segnò una svolta destinata ad avere conseguenze profonde sulla sua identità artistica.

Pur restando saldamente ancorato alla scrittura melodica che aveva caratterizzato i lavori precedenti, Daydream” iniziò ad allargare i confini del suo linguaggio musicale. L’R&B contemporaneo, le contaminazioni hip hop e una produzione più moderna entrarono stabilmente nella sua musica, anticipando quella trasformazione che due anni più tardi sarebbe esplosa definitivamente con “Butterfly“. È in questo equilibrio che risiede ancora oggi la forza del disco: “Daydream” racconta il momento in cui una popstar costruita attorno alla perfezione vocale comincia a cercare una voce personale anche dal punto di vista creativo.

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Le tensioni con Columbia Records e Tommy Mottola

Le tensioni con Columbia Records e con l’allora marito Tommy Mottola, raccontate successivamente dalla stessa Carey nella sua autobiografia The Meaning of Mariah Carey, rendono ancora più significativa questa fase. Se “Butterfly” rappresenterà la liberazione definitiva, “Daydream” è il momento in cui quell’emancipazione prende lentamente forma, attraverso piccole ma decisive scelte artistiche.

Durante la lavorazione di questo disco infatti, l’artista aveva palesato il suo desiderio di spingersi verso sonorità più vicine alle proprie radici R&B e alla cultura hip hop che amava. Non voleva essere soltanto la cantante delle grandi ballate, ma un’artista capace di muoversi tra pop, soul e urban. Il caso più emblematico fu “Fantasy” e soprattutto il remix con Ol’ Dirty Bastard dei Wu-Tang Clan. Per Mariah quella collaborazione rappresentava un ponte naturale tra pop e hip hop, mentre secondo quanto raccontato successivamente dalla cantante, all’interno della sua etichetta c’erano forti perplessità perché si temeva che un’immagine così distante dalla “Mariah Carey” costruita fino ad allora potesse confondere il pubblico.

In realtà quel remix sarebbe diventato storico: contribuì a cambiare il rapporto tra pop e rap negli anni Novanta e aprì una strada che oggi è normalissima nelle classifiche mondiali.

La questione con Tommy Mottola, suo marito dell’epoca, era invece più complessa perché si intrecciavano due dimensioni: quella privata e quella professionale. Mottola era il capo della Sony Music e una figura decisiva nella costruzione della carriera di Mariah. Secondo l’artista, però, il suo controllo sulla sua immagine e sulle sue scelte artistiche era diventato sempre più limitante. Nella sua autobiografia ha raccontato quella fase come un periodo in cui sentiva di avere poca libertà personale e creativa.

Uno dei punti di maggiore frizione era proprio la direzione musicale: Mariah sentiva di avere dentro di sé una componente più “nera”, più legata all’R&B contemporaneo e all’hip hop, mentre secondo il suo racconto Mottola preferiva mantenere una formula più rassicurante e commerciale.

Basti pensare come, proprio per sfuggire da queste “catene” che Mariah Carey sentiva su di sé e sulla sua libertà creativa, durante le sessioni di “Daydream“, lavorò parallelamente a un progetto completamente diverso: un album alternative rock con il gruppo Chick, nato come una sorta di alter ego artistico. Era un modo per esprimere una parte di sé più libera e arrabbiata. Progetto che poi fu pubblicato, ma senza la sua voce principale, per non compromettere l’immagine costruita attorno a lei.

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Mariah Carey ottenne sei nomination per “Daydream” ai Grammy’s 1996

L’eredità di “Daydream”

Tornando a “Daydream“, qual è l’eredità che oggi possiamo ritrovare di quest’opera? Le classifiche globali sono oggi dominate da artisti che attraversano senza soluzione di continuità pop, R&B, rap ed elettronica. La contaminazione non rappresenta più un’eccezione ma il linguaggio dominante del mercato. In questo senso Daydream” appare quasi profetico: non inseguiva una moda, ma contribuiva a crearne una.

Naturalmente il contesto produttivo è profondamente cambiato. Oggi lo streaming privilegia spesso singoli immediati, costruiti per catturare l’attenzione nei primi secondi d’ascolto e alimentare la circolazione sui social. Nel 1995, invece, l’album era ancora concepito come un’opera unitaria, nella quale convivono hit radiofoniche e brani meno immediati che contribuiscono a costruire una narrazione complessiva. Eppure proprio questa dimensione restituisce oggi al disco una sorprendente attualità, dimostrando come un disco possa conciliare successo commerciale e ricerca musicale.

I numeri continuano a certificare la sua rilevanza. Oltre 27 milioni di copie vendute, debutto al numero uno della Billboard 200, undici certificazioni multiplatino della RIAA, mentre “Fantasy” è diventata la prima canzone di un’artista donna a esordire direttamente al primo posto della Billboard Hot 100. Poco dopo sarebbe arrivata “One Sweet Day” con i Boyz II Men, capace di restare sedici settimane consecutive in vetta alla classifica americana, seguita dal numero uno di “Always Be My Baby“.

La 30th Anniversary Edition va ad ampliare questo patrimonio con un nuovo remix di “Underneath the Stars” firmato Eric Kupper, versioni live inedite, remix storici, acapella, b-side e, nei formati fisici, l’intero concerto del Madison Square Garden del 1995 e registrazioni finora mai pubblicate provenienti dal Daydream Tour.

Una ristampa che va a sottolineare quanto alcuni album siano riusciti a sopravvivere al proprio tempo. “Daydream“, oggi, continua a raccontare il momento in cui Mariah Carey smise progressivamente di essere soltanto una straordinaria interprete per diventare un’artista sempre più consapevole delle proprie scelte creative. E continua anche a suggerire una riflessione attuale: in un’industria sempre più orientata alla velocità del consumo, alcuni dischi mantengono valore proprio perché costruiti per durare.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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