Arriva sul mercato il primo album in carriera di Daria Huber. La cantautrice racconta questa opera prima, frutto di un’indipendenza difesa con i denti, che guarda al cinema, ragiona di pancia e mette in dialogo generazioni differenti. Ecco la nostra intervista.

Scoprirsi e riscoprirsi, per accettarsi senza indugi. Scandagliare il mistero del tempo, che con i suoi alti e bassi drappeggia una vita giovane che si affaccia in quella adulta. Nel mezzo le relazioni, che su questa tavolozza così vasta, sono i colori utili per disegnare. “Da quassù la vista è favolosa” è l’album con cui si presenta ufficialmente al pubblico Daria Huber, prospetto molto interessante del cantautorato di nuova generazione. Un’opera che si rifà all’immaginazione, fortemente evocativa, per accompagnare l’ascoltatore e farlo proprio, alla scoperta di canzoni genuine e profonde, come confessioni a viso aperto.

Il titolo del disco suggerisce uno spostamento di prospettiva: osservare la propria vita da un’altezza diversa, forse più consapevole. Da quale punto di osservazione nasce questo album? È il racconto di una conquista, di una distanza presa dal passato o di una nuova forma di accettazione?

Questo album per me è il racconto degli alti e bassi del diventare adulti e proprio per questo credo che contenga un po’ tutte queste sfumature: c’è la distanza dal passato, il tentativo di guardarsi con più consapevolezza e anche l’accettazione di ciò che siamo in un determinato momento. Non è mai un percorso tutto in piano, e forse è proprio questa la parte più bella: continuare a cambiare prospettiva.

Nel presentare il disco hai citato una poesia di Rupi Kaur e l’idea che non ci si debba sentire in colpa nel ricominciare. Viviamo però in una società che sembra premiare la continuità, il successo lineare e l’assenza di fragilità. Quanto è stato difficile trasformare il fallimento, la perdita o il cambiamento in una materia narrativa da condividere pubblicamente?

Credo sia fondamentale essere veri nella musica che si scrive, ed è per questo che ho sempre cercato di essere sincera e vulnerabile nelle mie canzoni. Questo non significa che sia sempre semplice: l’idea di condividere qualcosa di così personale con il mondo genera sicuramente timore. Allo stesso tempo, però, penso che se un mio brano può aiutare anche solo una persona a sentirsi meno sola, allora vale la pena affrontare qualsiasi difficoltà per portarlo alla luce.

Uno dei temi più forti che attraversano l’album è la ricostruzione dell’identità. Nei brani affiora spesso l’immagine di una persona che prova a rimettere insieme i propri frammenti senza sapere esattamente quale forma avranno una volta ricomposti. Secondo te esiste davvero un “sé autentico” da ritrovare o siamo destinati a reinventarci continuamente?

Mi piace pensare che non ci sia mai un vero punto d’arrivo e che, anche attraverso la scrittura di questo album, io abbia capito che forse è proprio questo il bello: non deve essere sempre tutto chiaro. Allo stesso tempo credo che esistano delle parti di noi molto autentiche che, crescendo, a volte impariamo a mettere da parte per sentirci più accettati o più in linea con quello che ci circonda. Penso che valga sempre la pena provare a ritrovarle.

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“da quassù la vita è favolosa” è il primo album di Daria Huber

Hai scritto, prodotto e sviluppato gran parte del progetto in maniera indipendente, mantenendo un controllo quasi totale sul processo creativo. In un mercato musicale che tende sempre più alla standardizzazione e alla velocità, quanto è importante per te preservare uno spazio di autonomia artistica? E quali sono stati i costi, anche emotivi, di questa scelta?

Amo essere creativa ed è per questo che, quando ho scelto di lavorare a questo progetto in maniera totalmente indipendente, sono stata estremamente felice di poter mantenere il controllo sulla visione artistica che avevo in mente. Sicuramente questa scelta ha anche un lato più difficile: viviamo in un mondo in cui è complicato farsi ascoltare senza una grande esposizione, ed è probabilmente la cosa che pesa di più. A volte vorrei riuscire ad arrivare a un pubblico più ampio, ma allo stesso tempo credo sia importante rispettare i propri tempi e continuare a costruire qualcosa di autentico.

L’universo visivo del disco non accompagna semplicemente la musica, ma ne diventa un’estensione narrativa attraverso uno short film costruito episodio dopo episodio. Da dove nasce questa esigenza cinematografica? Quando scrivi una canzone, immagini prima le parole, i suoni o le immagini che potrebbero contenerla?

L’esigenza cinematografica nasce sicuramente dalla mia grande passione per i videoclip e, più in generale, dall’unione tra musica e immagini. Quando scrivo un brano, il primo momento è molto istintivo: mi lascio guidare dalla musica e dalle sensazioni che mi trasmette. Poi, quando torno sul testo, iniziano a nascere immagini e mondi possibili, e da lì comincio a immaginare come poter raccontare quella storia anche visivamente.

Il mini-film che accompagna il primo album di Daria Huber

Nella tua scrittura emerge una tensione interessante: da una parte una forte esposizione emotiva, dall’altra il rifiuto della retorica e dell’autocommiserazione. Come si trova un equilibrio tra sincerità e misura quando si raccontano esperienze profondamente personali?

Non so se esista una formula precisa per trovare questo equilibrio, credo sia qualcosa che arriva in modo molto naturale attraverso la scrittura. Probabilmente dipende anche dal mio carattere: cerco di raccontare quello che vivo senza nasconderlo, ma anche senza rimanere bloccata solo nella sofferenza. Mi interessa trasformare un’esperienza personale in qualcosa che possa diventare condivisibile.

Il disco parla a una generazione che si trova spesso schiacciata tra aspettative irrealistiche, iperproduttività e bisogno di riconoscimento. Quanto senti che le tue canzoni siano figlie del tempo in cui viviamo e quanto invece nascano da domande che consideri universali e indipendenti dall’epoca storica?

Sicuramente i brani, raccontando esperienze personali, sono influenzati dal periodo storico in cui viviamo. La richiesta di essere costantemente produttivi e quella sensazione di urgenza sono temi molto presenti, ad esempio, in “ANCORA, ANCORA”. Allo stesso tempo credo che le canzoni riescano sempre ad andare oltre il momento storico in cui nascono. Mi è capitato di parlare con persone molto più grandi di me che hanno ritrovato una parte della loro storia nei miei brani, pur arrivando da esperienze e generazioni completamente diverse. È proprio questo il potere della musica.

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Daria Huber

Hai iniziato a scrivere molto giovane e il pubblico ti ha conosciuta attraverso una reinterpretazione di Sufjan Stevens che colpiva per maturità interpretativa e sensibilità emotiva. Guardando oggi al tuo percorso, quali artisti, scrittori o opere hanno contribuito maggiormente alla costruzione del tuo immaginario creativo?

Fin da bambina ho sempre ascoltato la musica in modo molto attento: mi soffermavo sui testi, sulle melodie e cercavo di capire cosa fosse in grado di emozionarmi davvero. Credo quindi che tutto quello che ho avuto la fortuna di ascoltare fino a oggi abbia contribuito a costruire il mio immaginario. Se devo fare alcuni nomi, sicuramente sono molto legata alla musica di Damien Rice, Sufjan Stevens e Lucio Battisti.

In “da quassù la vista è favolosa” ritorna spesso l’idea che nessuno possa salvarsi da solo. È una frase che assume un significato particolare in un’epoca dominata dall’individualismo e dalla costruzione permanente di sé. Quale ruolo hanno avuto gli altri — persone, relazioni, incontri — nel processo di nascita di questo disco?

Sono molto legata all’idea che ogni persona che incontriamo riesca, nel bene o nel male, a lasciare qualcosa dentro di noi. Per questo penso che tutte le persone che ho incontrato nel mio percorso abbiano contribuito a formare chi sono oggi. In “nessuno si salva da solo” arrivo proprio a questa consapevolezza: qualsiasi cosa sia successa con qualcuno, anche le esperienze più difficili, mi ha portato a essere la persona che sono adesso.

Live version di “Musica Dance” di Daria Huber

Se dovessi identificare una domanda che attraversa tutte le tracce dell’album e che ancora oggi continua ad accompagnarti, quale sarebbe? E credi che la musica serva a trovare delle risposte o, più semplicemente, a imparare a convivere con le domande giuste?

Una domanda che attraversa tutte le tracce è sicuramente: “dove sto andando?”. Da persona molto abituata a cercare di avere tutto sotto controllo, è una domanda che mi pongo spesso per non perdere di vista chi sono e i miei obiettivi. Durante la scrittura del disco è stata presente anche nel processo creativo: alcune decisioni sono arrivate di pancia, altre hanno richiesto moltissimo tempo. Credo che la musica possa aiutarci a trovare qualche risposta, ma soprattutto ci insegna a convivere con i dubbi, le domande e le difficoltà che incontriamo lungo il percorso.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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