Il Canada debutterà all’Eurovision Song Contest 2027 dopo averlo già indirettamente vinto nell’88 con Céline Dion e dopo l’ingresso della CBC nell’EBU. Una decisione storica che apre nuove prospettive ma alimenta dubbi sul futuro e sull’identità della manifestazione europea.
L’Eurovision Song Contest continua ad allargare i propri confini. Dal 2027 anche il Canada prenderà parte ufficialmente alla competizione musicale più seguita d’Europa, diventando il secondo Paese extraeuropeo ad accedere stabilmente alla manifestazione dopo l’Australia. L’annuncio congiunto dell’European Broadcasting Union (EBU) e dell’emittente pubblica canadese CBC, arrivato in occasione del Canada Day, rappresenta una delle novità più significative degli ultimi anni per un format che da tempo vive una fase di profonda trasformazione.
Il debutto avverrà nell’edizione del 2027, in programma in Bulgaria dopo la vittoria di Dara dello scorso maggio. Per la prima volta la foglia d’acero salirà sul palco dell’Eurovision senza la necessità di un invito speciale: la CBC è infatti diventata membro effettivo dell’EBU dopo l’approvazione della modifica dello statuto durante la 96ª Assemblea Generale dell’organizzazione, svoltasi a Praga.
La riforma ha eliminato il precedente vincolo geografico che limitava l’adesione ai broadcaster appartenenti all’Area europea di radiodiffusione o agli Stati membri del Consiglio d’Europa, introducendo la possibilità di ammettere anche emittenti pubbliche di Paesi osservatori del CdE che ne condividano i principi fondamentali. Una modifica che ha permesso al Canada di ottenere lo status di membro effettivo e, di conseguenza, il diritto di partecipare stabilmente all’Eurovision Song Contest.

Una scelta strategica del governo canadese
Dietro la scelta c’è anche una precisa strategia culturale sostenuta dal governo federale del primo ministro Mark Carney. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti culturali con l’Europa e offrire agli artisti canadesi una vetrina internazionale da oltre 180 milioni di telespettatori. La presidente della CBC, Marie-Philippe Bouchard, ha definito l’ingresso nel contest un’opportunità senza precedenti per l’industria musicale canadese, mentre il direttore dell’Eurovision, Martin Green, ha parlato di un festival capace di evolversi e restare al passo con i tempi.
Nei prossimi mesi l’emittente dovrà definire il metodo di selezione del primo rappresentante nazionale. Dopo l’abbandono del progetto “Eurovision Canada“, accantonato nel 2025 per gli elevati costi organizzativi, la strada scelta sarà quella di una finale nazionale, annunciata dallo stesso Carney durante le celebrazioni del Canada Day.
Fin qui i fatti. Ma è inevitabile che una decisione di questa portata riapra interrogativi che accompagnano l’Eurovision ormai da diversi anni.

Canada all’Eurovision: dubbi e perplessità
L’argomento secondo cui il concorso non sarebbe mai stato esclusivamente “europeo” è corretto dal punto di vista regolamentare. Da sempre, infatti, il requisito fondamentale è l’appartenenza all’EBU e non la collocazione geografica dello Stato partecipante. Tuttavia, proprio la modifica dello statuto per consentire l’ingresso del Canada segna un passaggio ulteriore: non si tratta più di interpretare un regolamento esistente, ma di cambiarlo affinché un Paese nordamericano possa entrare stabilmente nella competizione.
È qui che emergono le prime perplessità.
Da anni il Kosovo manifesta la volontà di partecipare all’Eurovision Song Contest e, sul piano tecnico, la sua emittente pubblica ha più volte cercato di ottenere il riconoscimento necessario. Il percorso, però, continua a essere ostacolato dalle divisioni politiche interne all’EBU e dalla mancata unanimità tra gli Stati membri. In altre parole, un Paese europeo resta fuori anche per ragioni diplomatiche, mentre contemporaneamente si modifica il quadro normativo per aprire le porte a un Paese dall’altra parte dell’Atlantico.
Il precedente australiano, nato nel 2015 come eccezione celebrativa e poi trasformato in presenza stabile, aveva già alimentato un acceso dibattito sull’identità della manifestazione. L’ingresso del Canada sembra consolidare ulteriormente quella direzione. E le indiscrezioni che circolano da mesi su un possibile futuro coinvolgimento degli Stati Uniti o del Kazakistan — quest’ultimo già protagonista dello Junior Eurovision Song Contest — contribuiscono ad alimentare la sensazione che il confine tra Eurovision e un possibile “Worldvision” stia diventando sempre più sottile.
Naturalmente l’internazionalizzazione rappresenta anche un’opportunità. Nuovi mercati significano nuovi investimenti, maggiore esposizione mediatica e una platea ancora più ampia. È difficile immaginare che l’EBU non tenga conto anche di questi aspetti. Ma il rischio è che, nel tentativo di crescere, il festival finisca per smarrire proprio quell’identità culturale che ne ha decretato il successo per quasi settant’anni.

Tentativo di arginare l’emorragia di Paesi anti-Israele?
Il contesto nel quale arriva questa apertura rende il dibattito ancora più delicato. L’Eurovision attraversa infatti una delle fasi più controverse della sua storia recente. Le tensioni legate alla partecipazione di Israele hanno prodotto forti frizioni tra diverse emittenti pubbliche europee. Dopo le prese di posizione di RTVE in Spagna, RÚV in Islanda, AVROTROS e NPO nei Paesi Bassi e RTV Slovenija in Slovenia — con quest’ultima che starebbe valutando un possibile ritorno nel 2027 — il tema della governance dell’EBU e della credibilità della manifestazione resta tutt’altro che chiuso.
In questo scenario, l’allargamento verso nuovi Paesi extraeuropei rischia di essere interpretato da alcuni osservatori come un modo per compensare un’eventuale emorragia di partecipanti storici. Una lettura che l’EBU respingerebbe, ma che inevitabilmente accompagnerà il dibattito nei prossimi mesi.
Il punto, forse, non riguarda il Canada in sé. Nessuno mette in discussione la qualità della scena musicale canadese, che negli ultimi decenni ha prodotto alcuni degli artisti più influenti del panorama internazionale (Justin Bieber, Carly Rae Jepsen, e tantissimi altri). La questione riguarda piuttosto la direzione che il concorso intende prendere.
Per decenni l’Eurovision Song Contest è stato molto più di una gara musicale. È stato un simbolo di incontro tra culture europee, una notte nella quale un continente intero si riconosceva, pur nelle sue differenze, attraverso il linguaggio universale della musica. Oggi quel perimetro appare sempre più fluido. E la domanda, inevitabile, è se questa evoluzione rappresenti davvero un arricchimento oppure il progressivo allontanamento da ciò che l’Eurovision è sempre stato.




