Un percorso tra rock, pop e hip hop che attraversa decenni di musica e narrazione della salute mentale: dalle visioni disturbanti di “All the Madmen” e “Brain Damage” fino alle confessioni contemporanee e alle fragilità delle icone pop globali. Come la musica internazionale ha raccontato i disagi della psiche.
Partiamo da David Bowie. Da lui e, più precisamente – cronologicamente parlando – partiamo dal 1970. Sul finire dell’anno esce il disco “The man who sold the world”, all’interno di quell’opera – dai più definita come fondamentale della discografia di Bowie – c’è una canzone che è un vero film horror: “All the madmen”, insomma: “Tutti i matti”. Lo scenario è profondamente disturbante: al centro c’è il racconto di un internamento all’interno di un manicomio raccontato in prima persona. Fuori alla finestra, il mondo è al rovescio e i veri “sani” sono proprio quelli chiusi in quegli edifici così grigi e freddi.
Una canzone che parla senza filtri di elettroshock, di lobotomia, di procedure pesantissime sugli ospiti di quel manicomio, ed è una canzone così ben riuscita, così ben scritta, perché… è una storia vera. Bowie infatti, nello scrivere “All the madmen”, ha vestito i panni di Terry Burns, suo fratellastro, che soffriva di schizofrenia e che trascorse gran parte della sua vita in ospedali psichiatrici, tra cui il Cane Hill Hospital di Londra, a cui l’artista s’è ispirato, a proposito di quegli edifici freddi e grigi di cui nel testo. In un’intervista poi Bowie disse:
Era spaventoso perché riconoscevo in lui alcuni tratti della mia personalità. Avevo paura di sprofondare a mia volta nella malattia, nella follia… Il mio modo di scrivere ne ha fortemente risentito.
david bowie
Niente di più vero, come conferma tutta la produzione musicale dell’artista da lì in poi.
Pink Floyd e quel “Brain damage”
1973. Esce un album destinato a cambiare la storia della musica. Uno dei dischi più venduti e ascoltati di sempre che ancora oggi vive e resiste nelle classifiche degli album, vincendo ogni confine generazionale: “The dark side of the moon” dei Pink Floyd. Chi conosce questo disco e la storia della band saprà già a quale canzone stia per riferirmi: “Brain damage”, traccia che affronta direttamente il tema della perdita della ragione e del collasso psicologico.
Un disagio mentale che, come sottoscritto da Roger Waters, “può annidarsi in ogni individuo”, ma non è di fatto un semplice riferimento filosofico, perché come nel caso di “All the madmen” di David Bowie, anche qui c’è una storia brutalmente reale, perché i Pink Floyd avevano vissuto da vicino, in prima persona, la tragedia della malattia mentale di Syd Barret, fondatore e frontman del gruppo che si allontanò progressivamente dalla musica proprio a causa di gravi disturbi psichici.
«The lunatic is in my head
You raise the blade, you make the change
You re-arrange me ’til I’m sane.
You lock the door
And throw away the key
There’s someone in my head but it’s not me.
And if the cloud bursts, thunder in your ear
You shout and no one seems to hear
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon.»
Vite di altri, ma anche vite proprie. Perché negli anni il racconto in musica della salute della psiche non s’è affatto affievolito, anzi, è continuato, vedendo aumentare le canzoni incentrate proprio su questi argomenti, ma se prima – complice anche una certa forma di scrittura e autori che tendevano a guardare il mondo intorno, per riversarlo poi nei propri testi – il dibattito sulla psiche nelle canzoni si articolava proprio sul racconto di altri, col tempo sempre più artisti hanno cominciato a scrivere personalmente dei propri disagi psichici, come un personaggio sicuramente controverso, ma che ci ha comunque regalato un brano manifesto in questo senso: “FML” di Kanye West.
A novembre del 2016, dopo la pubblicazione dell’album “The life of Pablo” che conteneva proprio questo brano, il rapper venne ricoverato per una crisi psicologica. I critici videro proprio in questa canzone le prime avvisaglie di quello che stava succedendo nella mente di West, che nel testo parlava dei suoi conflitti interiori, nell’incapacità di riuscire a individuare relazioni autentiche da quelle invece legate all’interesse per la sua fama, che continuava ad opprimerlo. Si arriva a picchi di paranoia assoluta, in cui il rapper ammetteva di non riuscire a fidarsi di nessuno.
Winehouse, Spears, Joplin, Bennington e altri: casi (non) isolati
E poi in ultimo, un passaggio su artisti che forse non hanno palesato in maniera esplicita nelle proprie canzoni i propri disagi psichici, ma che in qualche modo sono sempre stati strettamente legati, e in alcuni casi schiacciati, dal peso interiore. Impossibile non parlare di Amy Winehouse, di cui sebbene non esistano diagnosi ufficiali di un disturbo psichiatrico specifico, conosciamo bene purtroppo alcuni elementi del suo vissuto che indicano un quadro complesso di dipendenza, depressione, instabilità emotiva e comportamenti autolesivi. La sua musica è diventata uno dei ritratti più potenti della vulnerabilità nella cultura pop degli ultimi anni.
E poi Britney Spears, che ha vissuto periodi molto complessi dal punto di vista psicologico, soprattutto dopo il successo globale e precoce negli anni 2000. La sua vicenda è spesso citata come esempio della pressione estrema che il mondo dello spettacolo può esercitare su giovani artisti e dell’impatto sulla salute mentale.

Janis Joplin, Billie Holiday, Sid Vicious, Bryan Wilson dei Beach Boys, Amy Lee degli Evanescence, il dj Avicii, Chester Bennington dei Linkin Park. Tutti artisti che hanno vissuto, in alcuni casi superato, e in altri cadendo, con disturbi della propria psiche, riuscendo però a trasformarla in arte. Come Kurt Cobain, leader dei Nirvana, affetto da depressione cronica e disturbi d’ansia. Schiacciato dalla pressione del successo globale, si tolse la vita nel 1994 e di lui ci resta un repertorio incredibile, tra cui il brano “Lithium”, emblema del suo vissuto e dei suoi disagi, di cui incorniciamo la frase “Sono tanto felice perché ho trovato i miei migliori amici… sono tutti nella mia testa”.




