Il lavoro di lima sulle canzoni, per sfuggire alla «cultura Ottocentesca del dolore che abbiamo in Italia», in un disco che va per la sua strada, osserva il tempo e la vita, omaggia l’arte e fa della disciplina e del rispetto verso la musica la sua bandiera: ecco l’album “E poi scegliere con cura le parole”. La nostra intervista a Mauro Ermanno Giovanardi.

L’album più atteso e pensato in trent’anni di carriera. L’ha presentato così Mauro Ermanno Giovanardi, questo nuovo capitolo in uscita oggi per Woodworm Label e che risponde al titolo “E poi scegliere con cura le parole“. E si tratta in effetti di un disco profondamente meditato, nato da un processo compositivo corale che ha visto il cantautore confrontarsi con autori come Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Cheope e Giuseppe Anastasi.

Al centro c’è una canzone d’autore che vede stravolgere i suoi canoni più soliti, ritrovando nelle sue venature un’elettronica sofisticata miscelata all’inconfondibile voce di Mauro Ermanno Giovanardi, perfettamente a fuoco con le suggestioni minimaliste e new wave anni ’80 che albergano in quest’opera. Un album che unisce etica ed esistenzialismo, calore e raffinatezza.

Presentando questo disco hai ripreso il concetto di Calvino che parlava di una “leggerezza pensosa”. Nel tuo processo creativo però, come traduci questo dualismo tra bisogno di profondità attraverso l’arma della leggerezza?

È un processo di ricerca di come far suonare le parole. Ho sempre detto che sulla carta ci sono dei versi che possono sembrare bellissimi, ma quando li canti, spessissimo perdono di potenza. Per cui il gioco sta tutto lì, soprattutto nelle frasi più forti e nei versi più delicati. Se scrivo una cosa, poi mentre la canto mi sembra poco credibile, eccessiva, comincio a lavorare di fino, con lo stesso concetto, però cercando di farlo suonare in bocca.

Anche perché poi magari il concetto che l’artista vorrebbe portare fuori finirebbe per perderne in potenza?

Sì. Penso ad esempio ad alcuni brani dei La Crus, quelli lavorati in un momento molto delicato, in cui ci fu il passaggio dall’inglese all’italiano, che avevano la stessa melodia, ma dieci testi diversi. Anche dieci o dodici testi diversi. Poi a un certo punto, quando ci lavori, scatta qualcosa e si va, così funziona. Poi ho scritto anche delle “instant songs”, come “Io confesso”, che ho scritto in una notte, però nel 95% dei casi è un lavoro di lima. Spesso in studio butto giù la struttura del brano, poi su questa linea melodica comincio a scrivere. È difficile che parta dalle parole, pur essendo per me la cosa più importante.

01. M.E.Giovanardi Megafono Costruttivista foto di silva rotelli
Mauro Ermanno Giovanardi

È fondamentale trovare il verso più credibile, che ti fa vedere quella roba lì senza scadere nel grottesco. Perché noi già abbiamo una cultura ottocentesca del dolore, ed è proprio lì che devi lavorare di fino e provare a cantare delle cose che non siano una mazzata sui coglioni, per dirla alla francese.

I ritmi frenetici di oggi ci costringono a una “disumanizzazione” a tutti gli effetti. Si finisce per sembrare quasi degli automi a un certo punto. Come si può intervenire su questo e la musica – le cui regole dell’industria impongono proprio questa stessa velocità di produzione e successo – può avere un ruolo per invertire la tendenza alla velocità spasmodica a tutti i costi?

La cosa più semplice è non fare questo gioco. Nel senso, per dirla sempre alla francese, fottersene. Io mi sono posto più volte questo problema, e pure “Buio nella pelle” racconta esattamente quella storia. Un momento di sconforto dove io mi sono chiesto più volte, “ma io come posso combattere con un ragazzino che ha otto milioni di visualizzazioni? Perderò sempre. La risposta è, vai dritto per la tua strada. Non c’è altro modo, altrimenti rischi di fare il boomer che cerca di fare il ragazzino e perdi sempre. Perché un ragazzino è nato con un approccio mentale di un certo tipo, io non ho ancora imparato a fare praticamente un sacco di cose, me le devo fare insegnare.

Per me la musica è qualcos’altro, per me la musica è ancora qualcosa che ti deve aiutare a pensare. Se sei legato a una certa scuola, soprattutto cantautorale, la musica ti deve fare pensare. Per me la musica non è mai divertimento. Per me il divertimento è essere qui a parlarne. Per me la musica è disciplina, sacrificio, costanza, cercare di fare un disco più bello possibile, curandolo in tutti gli aspetti. Per me il divertimento è adesso, che sono qui a raccontare con te tutto questo lavoro, però in studio si fa sul serio. Mi piace pensare che il mio approccio alla musica è serio e non serioso.

Per me la musica è disciplina, sacrificio, costanza. In studio si fa sul serio, ma mi piace pensare che il mio approccio alla musica è serio e non serioso.

mauro ermanno giovanardi

A proposito di questo, rimaniamo sempre sul tema musicale di oggi, perché c’è un pezzo, Anni Zero, in cui c’è un dialogo tra due diverse generazioni attraverso la musica. In un’epoca come questa, ascoltando quello che emerge anche dal mainstream di oggi, troviamo un uso massiccio di campionamenti di brani del passato. Però nella maggior parte dei casi si tratta di copia e colla, non c’è una rielaborazione, non c’è un attingere dal passato, però con parole nuove. È un’impressione anche tua?

Si parla sempre di cosa vuoi fare con la musica. Perché fai musica? La mia generazione ha iniziato a suonare nei primissimi anni Ottanta. Pensa che il regalo di compleanno di mia madre per i miei 18 anni è stato un viaggio a Londra di sei giorni. Ho avuto il culo di arrivare lì, nella piena esplosione del post-punk. Ero nel paese dei balocchi. Eravamo disposti a giocarci tutto, nessuno di noi ha iniziato a fare musica pensando ai soldi, abbiamo iniziato a fare musica perché dovevamo.

“Anni Zero” di Mauro Ermanno Giovanardi

Da un’idea da tirare fuori…

Per noi fare un certo tipo di musica era come mettersi addosso una divisa. “Io mi vesto così, su questa musica, perché non voglio somigliare a te”. Per noi era un all-in, o tutto o niente. Era l’idea di giocarci tutto, per esprimere i nostri sogni. Ora è proprio l’approccio che è diverso, mi sembra che, per i ragazzi di oggi, intanto è importantissimo quanto grano fai, quanti like produci. Mi sembra che sia completamente diverso l’approccio. Perché vuoi fare musica? La finalità, insomma, è diversa. La sincera bontà, di volere in qualche modo lasciare un segno nel tuo passaggio.

Un altro pezzo molto bello del disco è “Un errore“, in cui si parla della libertà nell’abbracciare l’imperfezione. La creatività più autentica nasce e si nutra proprio da quell’imperfezione, da ciò che viene male. Nella tua esperienza personale c’è mai stato un momento in cui sei stato chiamato ad accogliere un tuo limite e a trasformarlo con una forza?

Sempre. È proprio quando sbagli che cresci. Quando tutti mi dicevano negli anni ’90 che ero una delle voci più belle di quella generazione, mi andavo a risentire i live e mi facevo schifo, e ho cercato quotidianamente di migliorarmi. Mi è capitato di suonare in luoghi non pensati per fare un live, non mi sentivo mai, ero costretto ad usare un timbro che non avrei voluto usare. Io pensavo di aver cantato benissimo, poi sentivo una registrazione e dicevo, “minchia, ma no”. Allora cominciavo a riflettere, a pensare, “come posso migliorare questa roba qua?”. Come dici, delle volte da un errore può anche nascere e scaturire un’idea interessante, però è l’errore che ti fa crescere, sono sicurissimo di questo.

Ti spinge a metterti in gioco poi.

Ti spinge ad alzare l’asticella sempre.

C’è poi un pezzo, quello che più di tutti mi è piaciuto, che è “Per cantare più forte“, in cui c’è un concetto davvero affascinante: l’arte che vince la morte, la musica che sopravvive agli artisti.

Io sono convinto che noi, che abbiamo la fortuna di poter lasciare un piccolissimo segno del nostro passaggio su questa terra, dobbiamo fare il 110% per far sì che il prodotto che facciamo, l’opera d’arte, sia la più bella possibile. Cioè, filosofeggiando in maniera molto terra-terra e cercando di non paragonarmi a Picasso, penso a lui, perché Picasso, con Guernica, ha sconfitto la morte.

Mauro Ermanno Giovanardi
Mauro Ermanno Giovanardi

Noi artisti, che possiamo essere musicisti, pittori, registi, poeti, scrittori, che abbiamo questo privilegio, proprio da un punto di vista etico e morale, dobbiamo fare il più possibile per produrre la “bellezza”, tra virgolette. Come ti dicevo, fare musica seria e non seriosa. Penso a mio padre, che ha fatto l’idraulico e che non ha avuto la possibilità di lasciare artisticamente un segno, che potesse rimanere nel tempo. Chi ce l’ha, secondo me, non può sprecarlo.

Ho visto che questo disco ha subito diversi ritardi e rallentamenti a causa della pandemia, e non solo. Oggi ci sono artisti che, in risposta all’esasperante velocità dei tempi che dicevamo prima, decidono di tirare il freno e prendersi del tempo. Però come si fa quando il tempo non è autoimposto, ma imposto?

Si fa che, ai momenti di sconforto, scrivi un pezzo come “Buio nella pelle”. Per noi artisti, quegli anni della pandemia sono stati come togliere da un giorno all’altro la roba a un tossico. Perché l’energia che si sprigiona durante un concerto dal vivo dove tu, in qualche modo, lanci energia al pubblico, il pubblico te la rimanda e c’è questo continuo rimbalzo emozionale che è una roba potente. Se te la tolgono da un giorno all’altro è un casino.

Il primo mese, mese e mezzo è stato faticoso, perché come tutti ci siamo trovar ad avere come appuntamento più importante il bollettino quotidiano, per capire quante persone fossero morte. Una roba allucinante. Poi dopo a un certo punto questa roba qui è diventata meno un’ossessione e si è cominciato a elaborare un po’ di cose che c’erano in testa. In certi momenti non puoi fare altro che tirare il freno e dopo un po’ capisci cosa devi fare.

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“E poi scegliere con cura le parole” è il nuovo album di Mauro Ermanno Giovanardi

C’è stato Sanremo ultimamente e non posso non chiederti del Sanremo con “Io confesso“. Era il 2011. Che ricordi hai di quella partecipazione? Lo rifaresti? Ci hai più riprovato dopo quella volta?

Con una canzone giusta ci riproverei pure. Ho anche ritentato perché comunque ti rendi conto di quanto quel palco sia importante, anche se andare in quel baraccone non è che mi interessi particolarmente. L’ho provato con “Io confesso”, poi l’anno dopo da ospite di Arisa per un duetto su “La notte”, ho visto due facce di questa medaglia. Vengo da una generazione che è cresciuta ascoltando musica anglofona e non voleva avere nulla a che fare con la canzonetta italiana plasticosa degli anni Ottanta. Di certo però se sei una persona intelligente, capisci quanto poi puoi lavorare meglio, salendo su quel palco.

Anche perché poi hai l’opportunità di incontrare un pubblico nuovo che magari poi va ad approfondire il tuo percorso e la tua musica.

Sì, e secondo me ci sono dei pezzi in questo disco che avrei immaginato su quel palco, al di là di quest’ultimo Sanremo che mi è sembrato un po’ “tristarello”, l’unica canzone che mi è veramente piaciuta è quella di Ditonellapiaga, per il resto… Però ecco, se ripenso a “Io confesso”, se non fosse passata su quel palco, sarebbe rimasta una canzone bellissima che conoscevano magari qualche migliaio di persone. Ma quel palco lì ha un amplificatore così potente che se avessi il pezzo giusto e ci fossero le condizioni, per una questione soprattutto lavorativa, ci ritornerei, nonostante sia un circo dove mi sentirei un po’ un alieno.

A conti fatti, io ho fatto concerti in centinaia di modalità di palchi diversi, dal palco di Sanremo, quello del Tenco, al Primo Maggio, Festival, dove ci sono pubblici completamente diversi. Ma se ti piace fare questo lavoro, per davvero, il luogo più bello dove suonare è un teatro da 200 persone. Se ti piace fare questo lavoro, dove fai musica che ha la volontà di essere ascoltata, è lì che devi puntare. Neanche teatri giganti, ma basta un teatro da 200 persone, che ti dà un’intimità con il pubblico davvero impagabile.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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