Un progetto stratificato e consapevole che, a pochi giorni dal ritorno al Festival di Sanremo, consacra una nuova direzione artistica di Mara Sattei: meno dispersione, più identità e la stessa metrica tanto inconfondibile quanto non per tutti.

Pubblicare un album a pochi giorni dalla partecipazione al Festival di Sanremo. Una strategia curiosa, intelligente per chi scrive qui, ma da tenere ben custodita, per evitare che diventi ulteriore portata di una cena così scombussolata com’è la discografia di oggi. Mara Sattei, dunque, ha deciso di portare in tavola la propria pietanza ancor prima dell’antipasto. All’entrée, per intenderci, dove la cantautrice solleva la cloche per far mangiare anzitempo la platea di commensali. A proposito di tempo, è proprio di questo che si compone il piatto, “servito” per Epic Records e Sony Music: tempo abitato, vissuto e assorbito, mettendo al centro una musica che delinea una direzione chiara e precisa.

Che me ne faccio del tempo” s’è chiesta Mara Sattei, e da questo interrogativo sono uscite fuori dodici canzoni – che diventeranno quattordici nell’edizione fisica del disco, in uscita a cavallo della partecipazione a Sanremo 2026 – che ruotano attorno a un’idea precisa: smettere di rincorrere il tempo, di snaturarlo per renderlo conforme al nostro presente. Piuttosto scinderlo da questo presente, imparare a viverlo per ciò che è, per ciò che naturalmente offre e restituisce. Abitarlo per davvero, insomma.

Siamo di fronte a un progetto meno sperimentale rispetto a “Universo, album d’esordio di Mara Sattei, che sulle spalle adesso porta già diversi anni d’età, ma paradossalmente più audace nella sua chiarezza. Se al debutto l’artista sembrava esplorare molteplici fondali, dalla melodia più classica ai campionamenti colti, passando per contaminazioni urban e citazioni pop – in particolar modo nel lasso di tempo che ha fatto seguito all’uscita dell’album, in cui non sembrava chiaro dove la sua opera stesse direzionandosi – qui la dispersione lascia spazio a una direzione finalmente definita. Ed è proprio questa direzione a convincere.

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Copertina di “Che me ne faccio del tempo” di Mara Sattei

Un suono “americano” che diventa nazional-popolare

C’è in “Che me ne faccio del tempo” una costruzione sonora che potremmo definire, senza timore di esagerare, “americana”: produzioni stratificate, dinamiche ariose, una cura timbrica che guarda all’R&B contemporaneo e al pop internazionale conservando comunque una spiccata autenticità. Tuttavia, la scrittura resta saldamente ancorata a una sensibilità italiana, tanto per lessico quanto per introspezione emotiva.

La metrica intricata di Mara Sattei — cifra stilistica ormai riconoscibile — continua a essere elemento divisivo. Il suo fraseggio spezzato, la tendenza a collocare accenti in zone inattese della battuta, possono risultare straniante a un ascoltatore abituato a strutture più lineari. Eppure è proprio questa frizione a generare identità. In un panorama spesso appiattito su formule prevedibili, la sua scrittura resta immediatamente riconoscibile, quasi un marchio d’autore. E soprattutto: le canzoni sono belle. Funzionano. Si fanno ascoltare. Dettaglio da poco? Assolutamente no.

Noemi, Mecna, Elisa, thasup: collaborazioni indovinate

Ben posizionate sono le collaborazioni: misurate, strutturali. In “gran rumore” la presenza di Noemi è capace di dialogare con la levigatezza timbrica di Mara Sattei in un gioco di contrasti ben calibrato. Invece, “eravamo un’idea” con Mecna è un esercizio di sottrazione emotiva, quasi un minimalismo sentimentale che trova nella scrittura condivisa un equilibrio fragile e affascinante. Non è un caso che lo stesso Mecna accompagni l’artista nella serata cover del Festival con “L’ultimo bacio” di Carmen Consoli.

Di particolare rilievo è poi l’incontro con Elisa, presente nel solo formato fisico con “mi penserai”: un dialogo generazionale che arricchisce il disco di una profondità ulteriore, quasi una consacrazione simbolica. Accanto a loro, la presenza di thasup in “everest” rinsalda un sodalizio artistico già fecondo, confermando una chimica familiare e creativa che negli anni ha prodotto alcuni dei momenti più significativi della nuova scena pop-urban italiana.

Con questo secondo disco, Mara Sattei ricompone una certa frammentazione nella propria produzione musicale che era sempre stata il suo più grande tallone d’Achille. Se oggi l’artista ha individuato la direzione che emerge da questo lavoro come sua nuova strada maestra, la scelta, ascoltando “Che me ne faccio del tempo”, pare azzeccata.

A Mara Sattei è stata spesso imputata una certa mancanza di direzione. Dopo Universo, l’artista ha attraversato stagioni differenti: dal successo mainstream di Duemilaminuti al Festival di Sanremo, dai singoli più melodici alle operazioni di riadattamento come Tempo (All the Things She Said), fino al progetto Casa Gospel con thasup. Una traiettoria ricca, ma talvolta discontinua.

Con “Che me ne faccio del tempo” questa frammentazione si ricompone. Non perché vengano meno le contaminazioni — che restano — ma perché ora convergono verso un centro gravitazionale preciso. L’album non ha fretta, non cerca l’effetto immediato, e proprio per questo conquista al primo ascolto. È un disco che chiede di essere attraversato più volte, che valorizza le pause e i silenzi tanto quanto i ritornelli. L’esatta rappresentazione del concetto che l’artista voleva esprimere.

Se il compito di un secondo capitolo ideale è confermare quanto di buono mostrato all’esordio, possiamo affermare che Mara Sattei supera la prova. La freschezza armonica, la trasversalità capace di unire pop e urban, la scrittura personale e riconoscibile: tutto converge verso una maturità che non rinnega il passato, bensì ne riorganizza il presente. Aspettiamo ora questa nuova partecipazione al Festival di Sanremo, che possa aggiungere il tocco finale a questa pietanza cucinata da chef Mara Sattei.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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