Un album come cronologia emotiva e atto di liberazione: Don Jio racconta la sua “via d’uscita” tra musica, identità e desiderio di autenticità, in un mondo talvolta irregolare e saturo di canzoni mordi-fuggi.
Con Way Out, disponibile dal 12 dicembre sulle piattaforme digitali, Don Jio firma il progetto più compiuto e personale della sua carriera. Tredici brani scritti nell’arco di oltre dieci anni danno forma a un racconto sonoro che intreccia pop, cantautorato e alternative, muovendosi tra arrangiamenti essenziali dominati da pianoforte e archi e momenti più energici e dinamici. L’album prende il nome dall’omonimo singolo, la composizione più pop dell’artista e manifesto tematico dell’intero lavoro: una riflessione intima e al tempo stesso universale sul bisogno di trovare una via di fuga da contesti limitanti, fisici o mentali, e sulla possibilità di affermare la propria identità.
Il disco si configura così come una cronologia emozionale, un’opera coerente che attraversa amore, perdita, rinascita e resilienza, restituendo l’immagine di un artista solista consapevole, che utilizza la musica come spazio di verità e condivisione, invitando l’ascoltatore a riconoscersi in una storia che, pur nascendo da esperienze personali, parla a molti.
“Way Out” affronta in modo esplicito il tema della diversità e dell’identità queer, raccontando la ricerca di libertà in una piccola città dalla mentalità limitata. In che misura la tua musica vuole diventare uno strumento di rappresentanza e di empowerment per chi si sente escluso o emarginato?”
Le mie canzoni sono molto autobiografiche. Parlo di quello che mi succede, di qualcosa di importante, di qualcosa che mi tocca profondamente. Ho una tendenza alla sincerità nel mio modo di vivere, in tutto quello che sono, e quello che ricerco. Come racconto nella canzone “Way Out”, ero un piccolo uomo in cerca di libertà, alla ricerca di un posto dove essere me stesso, dove non vivere una bugia. Non ho scritto la canzone per cambiare il mondo, però mi rendo conto che possa essere la situazione in cui si trovano molte persone, di qualsiasi età o genere. Non deve per forza essere una persona queer intesa come omosessuale, ma in ogni caso parlo di persone diverse dal contesto in cui si trovano e per cui fanno fatica a non sentirsi sbagliate.
Credo che quando qualcuno legga o ascolti una situazione che lo riguarda si possa sentire meno solo. Quindi voglio dare comprensione e speranza alle persone che si trovano in questa condizione e che si chiedono se esisterà una via d’uscita, non per forza fisica dalla città in cui si trovano, ma in generale dalla loro situazione di infelicità. Lo dico anche in altre canzoni: sarà il tempo a sanare la ferita o comunque a farci arrivare all’idea, alla soluzione per cambiare la propria insoddisfazione. Mi piacerebbe rappresentare queste persone in condizione di debolezza e in qualche modo dare loro coraggio.
Il passaggio visivo dal bianco e nero al colore nel videoclip di “Way Out” sembra metaforico della trasformazione interiore e della conquista della libertà. Come pensi che la narrazione visiva e quella musicale interagiscano per trasmettere il messaggio dell’album?
È il primo tra tutti i video che faccio che veramente descrive quello che succede nel testo. È stata una sfida, ho pianificato a tavolino quello che volevo filmare e, se ve ne siete accorti del significato del cambio di colore mi fa piacere. Da questa vita in bianco e nero alla seconda parte della canzone, in cui è quasi un sogno, un’illusione di poter fare grandi cose, di scalare montagne, di attraversare fiumi, cavalcare dragoni: una vita piena di adrenalina e libertà. Fino all’apertura totale dell’orizzonte, tra queste montagne meravigliose in cui mi sono ritrovato a girare con un drone, e queste immagini in questo spazio infinito. Per tornare poi al piccolo paese e alla vita in bianco e nero, dove però ho preso la decisione di andarmene.
Quindi, montare su questo treno con la mia valigia con poche cose, trasforma questa vita in bianco e nero in colore: la possibilità di vivere la vita dei propri sogni, dei propri desideri, in questo caso attraverso la way out, l’uscita, andarmene. È stato molto bello riuscire a rappresentarlo visivamente, e sarebbe bello che gli spettatori se ne accorgessero e ponessero attenzione ai dettagli, perché oggi siamo talmente bombardati da messaggi visivi che non ci si accorge di tutto, forse si vede una cosa fino alla fine ma mai si ripeterà. Un tempo guardavamo gli stessi video su MTV ogni giorno senza stufarsi.
Molti brani di “Way Out” nascono da esperienze personali intense e da momenti di dolore, perdita e rinascita. Quanto credi che la capacità di tradurre la propria vita in musica possa avere un effetto catartico non solo su di te, ma anche sull’ascoltatore?
Sicuramente funziona su di me. Mi ricordo di essere stato molto arrabbiato con qualcuno o di avere un amore che non funzionava, irrisolto, e trasformarlo in musica, chissà perché, metabolizzava questa frustrazione dentro di me. L’ho veramente trasformato in qualcos’altro. Non lo faccio apposta per curarmi, ma il risultato è quello: trasformare in opera d’arte un’emozione, uno stato d’animo. Che anche l’ascoltatore possa vivere questa sensazione, riconoscendosi in quello che scrivo, sarebbe bellissimo. Forse potrebbe dargli anche uno spunto su come elaborare le proprie emozioni. Certo, non tutti siamo musicisti, non tutti trasformiamo in arte. Forse queste persone troveranno un altro modo di trasformare le proprie emozioni per digerirle.
La tua musica spazia tra pop, cantautorato e alternative, con arrangiamenti che vanno dal minimale al dinamico. Come scegli il linguaggio sonoro più adatto a trasmettere il significato di ogni storia e quali strumenti senti più vicini alla tua espressività?
Ho scritto le canzoni in diversi momenti della mia vita, lungo tanti anni. Anche perché mi sono dedicato ad altro e non solo alla musica. Se avessi fatto solo musica ci avrei messo di meno. Quindi rispecchiano fasi di crescita differenti. In certi periodi ero più allegro, in certi periodi più riflessivo, in certi periodi più energetico, in certi periodi più malinconico. Le canzoni sono nate da sole, hanno una propria identità, quindi non ho adattato il linguaggio sonoro al significato di ogni storia.

Ho creato la storia, ho deciso di cosa volevo parlare rispecchiando la sensazione che la musica, che era già nata, mi dava, dandole un ulteriore significato. Sicuramente pianoforte e violino sono le basi, la struttura del mio linguaggio sonoro, anche perché le mie canzoni nascono al pianoforte. Quando passo al computer la prima cosa che aggiungo sono le atmosfere, quindi i pad e spesso sono archi. In certe canzoni ho aggiunto dei ritmi, certe volte li ho anche tolti, mi sono fermato lì perché non serviva altro per esprimere l’emozione che volevo raccontare.
Molti brani, come “The Way I Feel” o “Treasure Down The Ocean”, trattano il tema della perdita e della resilienza emotiva. Quanto ritieni importante che la musica contemporanea urbana affronti temi così profondi, andando oltre l’intrattenimento per diventare riflessione sociale?
Voler dare un ruolo più profondo alla musica è una possibilità che do a delle persone che magari vogliono concentrarsi un po’ di più sul significato, però non sono contro alle persone che ascoltano la musica come intrattenimento. Semplicemente musicalmente io non sono così. L’ho fatto i primi tempi, quando facevo musica dance, ma in realtà già dall’album con i Lunatiq Phase i testi cominciavano a essere un po’ più cervellotici, non per un’intenzione o un desiderio di essere pedante, ma perché è così che funziona il mio cervello.
In realtà sono un comico, quindi tutta questa serietà che traspare dalle mie canzoni è solo una parte della mia personalità. Chi mi conosce sa che è difficile per me rimanere totalmente serio. C’è anche una vena di ironia nei miei testi, non so se si coglie. Non mi prendo troppo sul serio in generale, e cerco di fare così con la vita. Quindi non credo che tutta la musica contemporanea urbana debba affrontare temi di riflessione sociale. Di sicuro non ho intenzione di dare lezioni di comportamento, ma se posso arrivare alle persone con le mie storie, perché vadano un po’ più a fondo, affrontando i loro sentimenti senza paura, mi fa solo piacere.
“Who We Are” nasce da un sogno e dalla spontaneità della creatività: come hai conciliato l’istinto creativo e la disciplina artistica nel processo di scrittura e produzione di un album complesso come questo?
La musica che scrivo è tutta spontanea. Who We Are è un esempio estremo: è musica nata dall’inconscio. Ho semplicemente tradotto in musica qualcosa che mi sono inventato mentre dormivo. Quella canzone l’ho sognata, e sono riuscito a registrarla prima di dimenticarla. Mi è successo anche pochi giorni fa! Parlo di dicembre 2025: una prossima canzone che sentirete me la sono segnata l’altro ieri durante un pisolino pomeridiano. Poi, quando scrivo i testi, ci metto il cervello, ma anche quando faccio gli arrangiamenti. Quando entra o esce un violino e si alterna un altro strumento, è un po’ come la matematica, le note sono come numeri: i volumi, i valori, le velocità.
Ci sono mille dettagli di cui l’ascoltatore non si rende conto che stanno dietro alla creazione, almeno nella creazione digitale, di ogni strumento prodotto digitalmente. Quindi sì, c’è un gran lavoro artigianale dietro tutto quello che sentite. E anche l’artigiano, nella sua meticolosità, rappresenta una forma d’arte elevata. Istinto e creazione spontanea si, ma anche sintesi e per quanto possibile perfezionare. Perfeziono per quanto possibile anche in relazione ai mezzi che uso. Faccio musica con un mini Mac e una piccola scheda audio, che me li porto anche in viaggio, le chiamo le mie scatoline. Immagino cosa potrebbe succedere con strumenti più importanti o un’alta tecnologia, collaborando con tecnici del suono o curatori della voce.
Quindi dico perfezione per me, perfezione fino al punto in cui sono soddisfatto di quello che sto facendo, un punto in cui sento che la canzone è pronta. Lo stesso vale per i video, non avete idea di quanti dettagli ci sono dietro quello che vedete. In realtà tutto quello che produco è molto imperfetto e molto raw, rispetto ai livelli di perfezione a cui possiamo arrivare oggi. Ma onestamente ne vado fiero, di fare la mia arte con poco. Spero possa anche essere di ispirazione, buttarsi nel mercato musicale anche con le proprie imperfezioni, non tutti hanno la possibilità economica di fare grandi produzioni, non vorrei che la musica rimanesse negli hard disks di tanti artisti meravigliosi, solo perché qualcuno gli aveva detto: il tuo suono non é ancora pronto. Ricanta tutto, e risuona tutto. Grazie e arrivederci.
Il tuo percorso personale ti ha portato dal Lido di Venezia a Berlino, e il concetto di “via d’uscita” attraversa l’intero album. Quanto la dimensione geografica e il contesto sociale influenzano la tua musica e le tematiche che scegli di trattare?
Sicuramente ho scritto i testi, quasi tutti, negli ultimi anni in cui avevo già pienamente trovato la libertà: libertà di espressione, coraggio di dire tutto quello che penso, sapendo comunque di non esagerare, perché bisogna anche avere una certa disciplina. Non si vuole per forza sfidare il sistema o la mentalità. Immagino che la giusta dose l’abbia imparata con l’esperienza e con la persona che sono diventato. Sì, perché no, a Berlino, ma anche non solo a Berlino, perché da quando ero giovanissimo ho sempre viaggiato molto.
Nei primi anni, da Berlino, ho sempre passato degli inverni in Asia, India, Indonesia, in Thailandia soprattutto, viaggiando con lo zaino in spalla. Negli ultimi anni ho passato gli inverni in Messico. Quindi non c’è solamente Berlino. Ho conosciuto persone provenienti da tutto il mondo viaggiando, e stare a contatto con la diversità di cultura e mentalità apre anche la propria visione. “Berlino” è anche un concetto metaforico, perché qui siamo in tanti da tutti i paesi. Non sono solo in mezzo ai tedeschi: c’è gente da tutto il mondo, mediorientali, latini, nordici, mediterranei. Siamo tutti qui in questo melting pot, e insieme formiamo la mentalità di Berlino.
In un contesto italiano, senza criticare, credo che siamo circondati da tanti turisti, ma sono turisti e dopo l’esplorazione tornano in albergo o nelle loro navi. Io sono veneziano e ho avuto pochissimo contatto reale con le persone che visitano la città. È diverso vivere in un posto dove non il solo turismo, ma la propria quotidianità è condivisa con persone veramente diverse da te.
In tracce come “Ice” e “Can’t Really Love You” esplori le dinamiche delle relazioni, dell’amore e della fiducia. Come riesci a mantenere una prospettiva autentica su emozioni così universali senza cadere nei cliché, soprattutto nel contesto della musica pop e urban?
Sarà perché il cliché non fa parte di me e sono sempre stato un po’ diverso dal modo più comune di pensare. Il mio punto di vista può essere un’alternativa rispetto a quello che normalmente si direbbe, altrimenti nemmeno lo dico. Non voglio essere un modello di pensiero. Se la maggior parte delle persone la pensa in un certo modo è giusto che ascolti canzoni che raccontano quel punto di vista che condividono. Certo a me piace provocare con la parola. Quando penso a qualcosa riguardo l’amore o alle relazioni e mi rendo conto che posso avere un pensiero provocatorio, allora quello diventa il tema della canzone.
Nei miei testi ho parlato anche di tradimenti, di aperture di coppia, di pensieri scottanti. Non scrivo per dire cose che direbbero tutti, forse questo non mi porterà al successo. Dopo tanti anni di esperienza nel mondo, viaggiando e vivendo in posti come Berlino, ho capito che ci sono tante persone come me, anche molto più complicate. In realtà dico spesso: io non so un sacco di cose, non sono un’enciclopedia, magari qualcosa me l’hanno detta e l’ho già dimenticata perché non mi ha colpito. Quindi non sono un saputello, però ho un sacco di esperienze da condividere, in questo momento lo sto facendo con le mie canzoni.
L’album copre un arco creativo di oltre dieci anni, incorporando memorie, sogni e trasformazioni personali. Guardando indietro, come pensi che il tuo stile e il tuo approccio alla scrittura siano cambiati nel tempo, e cosa significa per te pubblicare ora queste canzoni insieme?
Il mio stile è cambiato. Una volta scrivevo e basta, ora cerco di stare dentro delle strutture che mi sono dato. Ai tempi del Lunatiq Phase a volte non si capiva quale fosse il ritornello o la strofa. Mi sono razionalizzato per far arrivare meglio la musica all’ascoltatore, sto dentro a certe regole come un poeta che scrive in metrica. Le mie canzoni erano molto più lunghe. Quelle che sentite nell’album sono versioni “radio”, anche se a volte non sono riuscito comunque a stare sotto i cinque minuti perché certe parti non potevo proprio toglierle. Alcune introduzioni erano fondamentali per comunicare l’emozione. Certe volte comincio a cantare dopo un minuto di introduzione.
Molte canzoni pop oggi durano due minuti e mezzo; magari un giorno arriverò anch’io a fare “canzoni mini”. Alcuni brani non erano adatti a questo album, li ho lasciati da parte ma torneranno, arriverà il loro momento. Oggi pubblicare tutto questo materiale insieme è come aver scritto un grande libro con tanti capitoli, coerenti con quello che sono. Sento di aver raggiunto un traguardo personale. È stato duro arrivare fino a qui senza desistere, e ora sono molto contento.
“Way Out” trasmette un messaggio di speranza, coraggio e liberazione, rivolgendosi sia all’individuo sia alla collettività. Quale ruolo pensi che la musica possa avere oggi nel sostenere una riflessione sociale più ampia su inclusione, autenticità e identità personale?
Sarebbe bello… In realtà non so neanche cosa scrivano gli altri musicisti nelle loro canzoni, perché sono talmente preso da quello che faccio che non ho realmente tanto tempo. Mi scuso se lo dico, ma non ho così tanto tempo per ascoltare gli altri. Ascolto i miei cantanti preferiti, poi ascolto musica classica, musica indiana, jazz. In Sud America, ad esempio, si parla molto di amore, gelosia, tradimento, maltrattamento, rivincita passionale. C’è una mentalità che traspare attraverso la musica.
Non credo che ogni artista debba far riflettere. Alla fine stiamo intrattenendo le persone con le nostre canzoni. Può piacerti una canzone anche se non capisci il testo. E lo spero davvero, anche perché canto in inglese e non è fruibile a tutti. Sto solo dando una possibilità in più a chi ha voglia di capirmi, leggendo i miei testi. Non pretendo che lo facciano tutti. È il mio modo di fare musica raccontare le mie storie, e sono grato a chi sarà curioso di arrivare fino in fondo a quello che dico.




