La perdita, il dolore, il confronto con il buio: c’è questo e non solo in “Padre Nostro”, la preghiera del rapper siciliano Double G che torna sugli store musicali con una traccia intensa, rappresentazione della sua proposta artistica. Lo conosciamo da vicino in un’intervista.

Riflettori puntati su Double G, rapper siciliano originario di Palermo, che lo scorso 14 novembre è tornato con il nuovo singolo “Padre Nostro”, una rivisitazione in chiave urban della preghiera più universale, trasformata in un intenso dialogo con Dio. Il brano nasce da una perdita profonda per l’artista e si muove sul terreno della disillusione spirituale, raccontando il dolore, il senso di abbandono e la fragilità di chi non si sente più ascoltato.

Tra sonorità urban e l’intensità emotiva di una ballad, “Padre Nostro” segna un nuovo passaggio nel percorso umano e artistico di Double G, arrivando dopo l’album d’esordio “Testamentoe i singoli che ne hanno anticipato l’uscita. Con lui abbiamo parlato di questo nuovo capitolo, del rapporto con la fede, della perdita e di come il dolore possa trasformarsi in musica.

Padre Nostro” prende in prestito la forma di una preghiera universale, trasformandola in un dialogo urbano con Dio segnato dalla perdita e dalla fragilità. Qual è stato il percorso emotivo e spirituale che ti ha portato a scrivere questo brano e in che misura pensi che la musica possa diventare uno strumento di elaborazione del lutto e della solitudine?”.

Il percorso che mi ha portato a scrivere “Padre Nostro” non è stato lineare né immediato. È nato da una perdita reale e da un lungo periodo in cui ho convissuto con il dolore senza riuscire a dargli un nome. La forma della preghiera è arrivata quasi naturalmente, perché era l’unico linguaggio che sentivo abbastanza universale da contenere quello che provavo, anche se il mio non era un atto di fede risolto, ma un dialogo teso, a tratti urbano e spigoloso.

A livello emotivo è stato un attraversamento: rabbia, distanza, silenzio, fino al bisogno di parlare senza più filtri. A livello spirituale non è stata una riconciliazione, ma una messa a nudo. Ho smesso di cercare risposte e ho iniziato a fare domande, accettando anche l’idea che alcune potessero restare sospese.

Credo che la musica possa diventare uno strumento potentissimo di elaborazione del lutto e della solitudine proprio perché non pretende di risolvere nulla. Permette di stare dentro al dolore senza esserne schiacciati, di trasformarlo in qualcosa che può essere condiviso. Per me “Padre Nostro” è stato questo: un modo per non restare solo con ciò che avevo perso e per offrire, a chi ascolta, uno spazio in cui riconoscersi, anche nelle proprie fragilità.

“Padre Nostro” di Double G

Il tuo lavoro racconta spesso dualismi profondi: tra fragilità e riscatto, passato e presente, vita privata e dimensione pubblica dell’artista. In che modo il nome “Double G” e la tua evoluzione musicale riflettono questa tensione interna e come la trasferisci nei tuoi testi e nelle sonorità?

    Il nome “Double G” nasce proprio da quella tensione. Non è solo uno pseudonimo, ma il riflesso di una doppia dimensione che convive in me: da una parte Giuseppe, con la sua vita privata, le fragilità, le paure; dall’altra l’artista, che espone quelle stesse parti al pubblico e le trasforma in linguaggio. Non sono due mondi separati, ma due facce della stessa persona, spesso in conflitto.

    La mia evoluzione musicale segue questo movimento. Ogni progetto nasce dal tentativo di tenere insieme passato e presente, ciò che sono stato e ciò che sto diventando, senza cancellare nulla. Nei testi cerco di non risolvere questi dualismi, ma di abitarli: fragilità e riscatto non si escludono, esistono nello stesso spazio.

    Anche nelle sonorità questo si riflette: convivono momenti più crudi e spogli con altri più aperti e luminosi, senza la pretesa di trovare un equilibrio definitivo. Credo che la mia identità artistica stia proprio lì, in quella tensione costante. “Double G” non rappresenta una versione migliore di me, ma una versione che accetta di essere incompleta e in continuo movimento.

    L’urban contemporaneo – tra rap, trap e drill – diventa nei tuoi brani il veicolo di emozioni intense e introspezione profonda. Come affronti la sfida di coniugare un linguaggio musicale popolare e immediato con contenuti così personali e poetici, evitando la banalizzazione del dolore e della riflessione?

      Credo che l’unico modo per evitare la banalizzazione sia portare la verità, la mia storia, senza costruzioni. L’urban contemporaneo è un linguaggio diretto, popolare, e proprio per questo può diventare un mezzo potentissimo se non lo si usa come maschera. Non cerco metafore forzate né immagini decorative: parto da ciò che ho vissuto, da quello che conosco davvero. Quando parlo di dolore o di introspezione, lo faccio senza voler colpire a tutti i costi, ma senza nemmeno addolcire. Penso che la poesia nasca dall’onestà, non dalla complessità.

      La sfida, per me, non è rendere il contenuto più accessibile, ma restare fedele a quello che sento anche dentro un linguaggio immediato. Se il racconto è vero, trova da solo il modo di arrivare. Ed è lì che sento di riuscire a tenere insieme emotività profonda e forma popolare, senza perdere autenticità.

      “Levanzo” di Double G

      “Padre Nostro” e il tuo album “Testamento” sembrano raccontare una storia di crescita e di confronto con esperienze traumatiche e dolorose. Quanto la tua musica può essere letta come testimonianza sociale, specchio delle tensioni giovanili e delle fragilità emotive contemporanee, oltre che come racconto personale?

        Penso che la mia musica nasca come un racconto personale, ma non resti mai solo lì. Sia “Padre Nostro” sia l’album “Testamento” partono da esperienze intime, traumatiche e dolorose, ma credo che trovino senso nel momento in cui diventano uno specchio in cui altri possono riconoscersi. Non ho mai sentito l’urgenza di fare un manifesto generazionale, però sono consapevole che molte delle tensioni che racconto — la fragilità emotiva, la solitudine, la paura di non essere all’altezza, il bisogno di riscatto — non appartengono solo a me. Sono sentimenti diffusi, soprattutto tra i giovani, spesso vissuti in silenzio.

        Se la mia musica può essere letta anche come testimonianza sociale, è perché prova a dire ad alta voce ciò che molti fanno fatica a nominare. Non offre soluzioni né risposte definitive, ma legittima le domande, il disagio, la vulnerabilità. In questo senso diventa uno spazio condiviso, dove il racconto personale si apre e diventa collettivo. Per me è lì che la musica smette di essere solo espressione individuale e diventa relazione: quando qualcuno, ascoltando, sente che la propria fragilità non è un’eccezione, ma parte di un’esperienza comune.

        La città di Palermo, le sue strade e la tua esperienza di vita qui sembrano permeare la tua poetica musicale. Quanto il contesto culturale e sociale della tua terra influisce sulla costruzione dei tuoi brani e sul messaggio che vuoi trasmettere al pubblico?

          Palermo influisce profondamente sul mio modo di scrivere, anche quando non viene citata esplicitamente. È una città che ti educa presto alla complessità: alla bellezza che convive con il degrado, alla forza che nasce dalla mancanza, alla fragilità che diventa parte del quotidiano. Crescere qui significa imparare a leggere le persone e le situazioni andando oltre la superficie.

          Il contesto culturale e sociale della mia terra entra nei brani soprattutto nel modo in cui racconto le emozioni. C’è una certa ruvidità, ma anche una grande umanità. Le storie che vedo nelle strade, le contraddizioni, i silenzi, il senso di appartenenza e allo stesso tempo di fuga: tutto questo finisce nella mia musica in maniera naturale.

          Il messaggio che cerco di trasmettere nasce proprio da lì: dalla consapevolezza che il riscatto non è qualcosa di astratto o spettacolare, ma un processo lento, spesso invisibile. Palermo mi ha insegnato che non bisogna idealizzare il dolore, ma nemmeno negarlo. E credo che questa verità, così concreta e vissuta, sia ciò che rende la mia musica sincera e riconoscibile.

          “Ricordati di me” di Double G

          Guardando alla tua carriera e al percorso che ti ha portato dal primo progetto ufficiale alla maturità espressiva di “Padre Nostro”, quali sono le sfide e le responsabilità che senti nei confronti di chi ti ascolta, soprattutto giovani che si riconoscono nei tuoi testi e nelle tue esperienze?

            Non sento una responsabilità nel senso di dover dare risposte o indicare una strada giusta. Piuttosto sento il dovere di essere onesto. So che molte persone, soprattutto giovani, si riconoscono nei miei testi perché parlano di fragilità, di smarrimento, di cadute e di tentativi di rialzarsi. Ed è una cosa che prendo con grande rispetto. La sfida più grande, per me, è non tradire quella fiducia. Non semplificare ciò che è complesso, non spettacolarizzare il dolore e non vendere certezze che non ho. Voglio continuare a raccontare anche le zone d’ombra, senza fingere di essere arrivato o risolto.

            Se c’è una responsabilità che sento davvero, è quella di legittimare il dubbio. Far capire che sentirsi persi, fragili o inadeguati non è una colpa, ma una fase possibile del percorso. Se la mia musica può accompagnare qualcuno in quel momento, senza sostituirsi alle sue scelte, allora sento di aver fatto qualcosa di giusto.

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            Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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