Un lavoro intimo, ruvido e viscerale, in cui Cassio affronta il limite della creazione come atto di sopravvivenza. Tra confessione e resa, la musica diventa specchio di una ricerca umana prima che artistica.

Il 2 novembre, giorno dei morti, è uscito “Famiglia”, il nuovo album di Cassio — progetto artistico del cantautore livornese Simone Brondi — disponibile su tutte le piattaforme digitali e distribuito da Virgin Music Group Italy. Un disco che nasce da un’urgenza e si chiude in un gesto di catarsi: più che un ritorno, un congedo.

“Famiglia” è il frutto di anni di tensione creativa e fragilità esistenziale. Nelle parole dello stesso autore, il disco è “uno sfogo”, un atto di liberazione da un processo che, nel tempo, si è trasformato da necessità terapeutica a fonte di dolore. Cassio racconta il proprio rapporto con la musica come un equilibrio instabile tra salvezza e autodistruzione, tra l’urgenza di scrivere e l’impossibilità di trarne sollievo. È la confessione di un artista che ha dato tutto alla propria arte, fino a sentirsi svuotato.

Negli ultimi anni ho sentito la necessità di mettere il mio bisogno di scrivere prima di ogni cosa. Prima di me. Prima della mia salute mentale. Negli ultimi anni ho permesso a questo disco di mangiare più o meno ogni parte di me. Ogni organo, ogni dente, ogni sorriso. Come fa una malattia.

Con “Famiglia”, Cassio si inserisce nel solco di una tradizione cantautorale che intreccia introspezione e sonorità contemporanee. Il suo linguaggio unisce elementi del rock indipendente dei primi anni Duemila a un approccio più elettronico e sperimentale, dove autotune, beat e texture digitali convivono con una scrittura lirica essenziale, spoglia di orpelli ma densa di significato. Le sue canzoni attraversano ambienti emotivi scuri e autobiografici, in cui l’autore osserva la propria fragilità senza difese, con la lucidità di chi ha smesso di cercare risposte.

La verità è che far uscire questo disco non è più una gioia per me. È solo un merdoso sfogo. Uno sfogo di pianto. La verità è che queste canzoni non mi fanno più bene. Mi intossicano. Mi ammalano. Mi dispiace da morire. Ho cancellato tutte le cose che avevo in programma di fare. Promozione, concerti, tutto quanto. Forse sogno miseramente di salvarmi. Forse uno come me può avere un sogno alla volta. E oggi sogno che tutto questo sia servito a qualcosa. A capire qualcosa.

Le parole con cui Brondi accompagna l’uscita dell’album restituiscono la dimensione più autentica del progetto: la musica come malattia e cura, come mezzo per tentare di ricomporre ciò che la vita ha frantumato. “Forse sogno miseramente di salvarmi”, scrive, “forse sogno di raccogliere i pezzi di me che sono sparsi sul pavimento”. È in quella consapevolezza del limite che Famiglia trova la sua forza: non nella speranza, ma nella verità.

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Marco Alunni, classe 2001, blogger di origini umbre ma cittadino del mondo a tutti gli effetti. Scrivo di musica per passione, così come per passione la ascolto e la osservo.

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