Alla scoperta di “Leo”, il nuovo album di Leonardo Lamacchia. Un disco ‘sorvegliato’, una produzione adulta: il progetto che conferma la stoffa del cantautore pugliese
Spostiamo, oggi, la nostra lente d’ingrandimento su Leo, nuovo album – un esordio, se consideriamo Ciò che resta del 2017 come un semplice EP – di Leonardo Lamacchia e partiamo con un assunto: non è un album che cambia le regole del gioco. Però, però. C’è un però. Si tratta di un disco che dimostra, con coerenza e solidità, che il cantautore pugliese gioca una partita diversa, autonoma.
Fin dai tempi di Sanremo Giovani nel 2017, dove con Ciò che resta si era già distinto per scrittura e sensibilità, Lamacchia ha scelto un percorso lento, consapevole, più da cantautore vero che da “nuova proposta”. La stessa impressione si è rafforzata quando è entrato ad Amici nel 2020, atipico nel contesto di un talent che tende a modellare artisti ancora tanto, troppo acerbi e inconsistenti: lui ci arrivava già formato, con una poetica riconoscibile e personale.
Oggi Leo – in distribuzione ADA Music Italy – suona esattamente come un disco adulto, maturato al punto giusto. Otto tracce che esplorano con equilibrio it-pop colto, atmosfere elettroniche e aperture jazzate. Il focus track Che cosa resterà di questi anni 20 è il centro nevralgico dell’album: un brano sospeso tra una malinconia che passa per il citato Lucio Dalla e un sound che guarda a The Weeknd e ai synth vintage, sostenuto da un’ottima produzione firmata da Max Kleinz.
La scrittura, curata dallo stesso Leonardo Lamacchia con collaboratori come Giovanni Pollex, Dario Faini, Ermal Meta e Antonio Maggio, è precisa, mai enfatica, quasi chirurgica. Ogni parola sembra pesata per costruire una narrazione emotiva che non si concede al melodramma. Anche la produzione è sobria ma raffinata: non si impone mai, ma accompagna le tracce valorizzando le sfumature di voce e arrangiamento.
Brani come Aurora, Roma o Non sarà per sempre dimostrano una maturità musicale che permette al disco di farsi ascoltare con interesse. Eppure, Leo non è l’album della consacrazione. Da immaginare come un disco-ponte, che tiene vivo l’interesse e prepara il terreno per qualcosa di ancora più identitario e sostanzioso, che si spera possa arrivare in futuro. Dal canto suo, Leonardo Lamacchia non ha fretta. E forse è proprio questo il suo vero punto di forza: fare musica che respira, che ha qualcosa da dire — e ha deciso di farlo con misura, senza doverlo gridare a tutti i costi, ma con i propri tempi e i propri volumi.

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